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21 maggio 2007

A destra o a sinistra di che cosa?

Limitandoci all’era moderna, per non partire da Mosé, la sinistra nasce nella seconda metà del ‘700. Gli illuministi e la loro Encyclopédie innescano lo scontro tra le tiers état, la borghesia, e i nobili e i preti, che si conclude con la rivoluzione francese. La sinistra viene al mondo con l’obiettivo di tagliare la testa al re. Dice una sua antica canzone: Con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l‘ultimo re…
All’inizio quindi i borghesi sono di sinistra e, di conseguenza, preti e nobili sono di destra.
Fatto fuori Napoleone, una delle prime dimostrazioni che si parte da sinistra per andare al potere, ma quando ci si arriva, si diventa inevitabilmente di destra, dopo il Congresso di Vienna e la restaurazione, la sinistra borghese conquista la sua fetta di potere politico ed economico un po’ dappertutto (da noi si chiama Risorgimento) inventando gli stati nazionali. Nel frattempo però, un’altra figlia del secolo dei lumi, la rivoluzione industriale, aveva creato masse di lavoratori sradicati dalla loro terra. Marx & Engels li definirono proletariato, ponendosi con loro a sinistra della borghesia, che si trovò così a sua volta spiazzata a destra (d’altra parte era andata al potere, e la storia si ripeteva). In realtà, tornando un attimo indietro, nel ‘700 con l’illuminismo la filosofia aveva imparato a parlare tedesco. Kant aveva enunciato la soluzione della bimillenaria contesa tra idealismo ed empirismo (o, se preferite, materialismo), brevettando l’idealismo della ragione e del giudizio. I suoi successori a questo idealismo appiccicarono prima l'estetica e poi l’etica, finché con Hegel non si arrivò ad un bivio: a sinistra Schopenhauer, Feuerbach fino a Marx; a destra, là in fondo, Nietzche. La borghesia scelse allora di chiamarsi liberale, collocandosi tra la nuova sinistra marxista e la destra di prima, in attesa della nuova. Ai bordi si muovevano lo sviluppo non casuale dell'archeologia egizia, i salotti esoterici di Madame Blavatski, il nuovo verbo di Sigmund Freud e gli anarchici di Michail Bakunin. Gli attentati a cavallo del novecento e lo scoppio della grande guerra ci portano dritti filati a quello che Eric Hobsbawm definisce Il secolo breve, secolo di soli 72 anni, dal 1917 (rivoluzione d’ottobre) al 1989 (giù il muro), nascita, sviluppo, degradazione e crollo dell’Unione Sovietica, che spargeva sinistra fuori dai suoi confini, mantenendo l’ordine al proprio interno in un modo che più a destra non si può. Destino comune delle dittature vuole che il loro successo nasca sempre dall'incontro del socialismo con il potere, della sinistra con la destra. Mussolini nasce come direttore dell’Avanti, Hitler non a caso chiama il suo partito nazionalsozialism, i reduci di Salò, dopo la seconda guerra mondiale, chiameranno Sociale il loro nuovo movimento. Nel frattempo da noi, con Don Sturzo e Dossetti, i preti, l’obiettivo che fin dall’inizio la sinistra voleva abbattere, avevano fondato la sinistra della chiesa. Dopo la Costituente i pattisti, come i democristiani, si fanno scippare la resistenza dai comunisti, ma sono meno abili, rimangono pinzati in mezzo e si ritrovano alla fine antifascisti, sì, ma di destra, fino a diventare liberali o repubblicani, quando ormai però si può essere antifascisti solo se si è di sinistra. Nel passaggio si spengono i monarchici. Saragat trova poi i comunisti troppo di sinistra, Tambroni inventa i democristiani troppo di destra, il pendolo con Moro torna a sinistra, il grande inciucio della legge 300 porta nel 1960 i sindacati al potere, senza gli obblighi e le responsabilità connesse, il piombo fa sdoganare a Berlinguer i comunisti, con Craxi i socialisti si rispostano a destra, con tangentopoli si scopre che rubare è reato, con Berlusconi si sdogana Alleanza Nazionale. Oggi la sinistra pretende di rappresentare il popolo, ma il popolo vota per il centro-destra. Rimane da stabilire se Bersani sia meno o più liberale di Tremonti. Di Fini, sicuro. Per dire che la distinzione non è neppure più più stato contrapposto a più mercato...
Liberal si definisce la sinistra negli USA, i liberal però stanno in Gran Bretagna a sinistra dei tories, ma a destra del labour party. Sul quale pende un dubbio: Blair è di sinistra?
Siamo così arrivati ai nostri giorni e tornati alla domanda iniziale: che cosa sono oggi la destra e la sinistra? A destra o a sinistra di che cosa?
Permane il grande inganno: se l’etica è un valore che si è perso (purtroppo), gira gira lo stato etico (brutta roba) è la tentazione sia della destra che della sinistra.
Preferirei definire le cose in termini di riconoscimento dei diritti del cittadino. In questo senso la sinistra patisce una deriva verso l’egualitarismo, padre dei diritti senza doveri, del diciotto politico, della deresponsabilizzazione, dei contributi a pioggia, dei finti incentivi a tutti a fronte di finti obiettivi.
L’égalité des résultats, insomma. L’appiattimento.
A questo egualitarismo preferisco l’uguaglianza, l’égalité des chances, che considero uno dei principali valori da perseguire in una società che vuole progredire, che tende all’eccellenza, dove i cittadini coniughino diritti e doveri, sappiano prendersi delle responsabilità, siano premiati in base al loro valore e ai risultati.
La buona vecchia parabola dei talenti.

P.S. E in tutto questo casino, in mezzo, che cosa c’è, in mezzo? Il centro?
Qualcuno sa dirmi che cosa sia il centro?

4 commenti:

  1. bruno courthoud24 maggio 2007 00:44

    Il centro è proprio della circonferenza, e non di una retta. Si può invece parlare di una destra e di una sinistra solo facendo riferimento ad una retta. Occorre però fissare sulla retta un punto, chiamato origine del sistema di riferimento. La posizione dell'origine è del tutto arbitraria e soggettiva. Per parlare il medesimo linguaggio senza confusioni, occorre che le due persone che discutono abbiano fissato e concordato preventivamente uno stesso sistema di riferimento, cioè la stessa origine.

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  2. corrado olivotto24 maggio 2007 11:07

    Mah, il tuo excursus non fa una grinza, però lascia aperto l'interrogativo iniziale su cosa sia la destra e cosa sia la sinistra.
    Vediamo.
    Entrambe sono state, a turno, forze di progresso e forze di reazione, quindi appoggiarsi al sistema:
    destra = conservazione
    sinistra = progressismo
    non va bene perché non è vero, infatti se ci spingiamo anche solo in Polonia scopriamo che mentre la sinistra era al potere, e opprimeva e conservava, la Chiesa Cattolica (posizionata localmente a destra) operava per la democrazia ed il progresso economico e sociale.
    Entrambe poi sono state, sempre a turno, forze democratiche oppure totalitarie, forze di giustizia oppure di ingiustizia, eccetera, per cui una distinzione netta da appoggiare su categorie simili a quelle del bene e del male non è possibile.
    Non è neanche possibile tentare la facile scorciatoia di vedere a sinistra il mondo del lavoro ed a destra il padronato perché è evidente che il mondo del lavoro spalma il proprio consenso un po' dappertutto (a Roma i quartieri proletari votano Storace) e che il padronato non ha una visione univoca della rappresentanza politica (Agnelli una volta affermò che avrebbe votato tranquillamente per il PCI e Luca Cordero di Montezemolo sta con l'Ulivo, o sbaglio?).
    Io però una proposta ce l'avrei ed è la stessa che formulai sul forum di Caveri in tandem con Nihtho, un collega forumista che, se ci legge, saluto.
    Se smettiamo di considerare di destra tutto ciò che siede sulle sedie di destra in parlamento e se smettiamo di considerare di destra il fascismo ed il nazismo, che non lo sono mai stati (e Bombacci è stato il più chiaro esempio di come comunismo e fascismo fossero sostanzialmente la stessa cosa), allora ci si apre la possibilità di scrivere il seguente il seguente sistema:
    sinistra = deresponsabilizzazione ed egualitarismo
    destra = responsabilità, realismo e individualità
    un sistema quindi in cui:
    - la destra sia tutto ciò che va in direzione di una società basata sull'ordine, sul merito e sull'impegno, in cui ognuno sia responsabile delle proprie scelte, in cui il sano realismo dei numeri detti le scelte da effettuare, in cui il mercato sia il supremo regolatore dell'economia, in cui la libertà politica ed economica individuale sia il concetto chiave ed in cui la presenza dello Stato nella vita dei cittadini sia ridotta ai minimi termini (destra democratica e liberale di stampo texano);
    - la sinistra sia esattamente l'opposto, cioè l'interesse pubblico predominante su quello privato, un sistema di servizi omologante (scuola, sanità, previdenza, ecc. uguali e garantiti per tutti), il mercato quale strumento della produzione ma non ispiratore delle scelte economiche (che spettano allo Stato quale detentore del supremo interesse collettivo), la pianificazione, l'assistenzialismo, eccetera.
    Insomma la destra come mondo libero, con poche regole e poche sicurezze ma molta responsabilità e molte opportunità, e la sinistra come mondo regolato ed iperordinato, molto meno libero ma supergarantito, in cui ognuno abbia diritto ad un livello minimo e poca responsabilità.
    Dopodiché entrambe possono diventare autoritarie, se glielo si consente, come entrambe possono essere democratiche; evidentemente è più facile che la sinistra divenga autoritaria in quanto è portatrice di un'ideologia che vuole imporre alla società civile un modello prefigurato a tavolino, mentre la destra dei numeri e del realismo vuole gestire l'oggi in modo pragmatico e fruttuoso (come un surfista che cerca pragmaticamente di cavalcare al meglio le onde che ci sono, senza cercare di costruirsi un mare come piace a lui, con un sistema di onde a lui gradito (che sarebbe autoritarismo)).

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  3. bruno courthoud24 maggio 2007 17:11

    Per Olivotto. Ti confesso che sinceramente non sono in grado di fare un'analisi storica dei concetti di destra e sinistra, di come si siano evoluti nel tempo e che cosa significhino oggi. Penso che sia un compito gravoso anche per uno storico serio e preparato. Ma veniamo ad alcuni problemi locali concreti ed immediati senza pensare se essi siano di destra o di sinistra (lascio perdere qui identità, autonomismo, lingua, e similproblemi): la valle d'Aosta cosa intende fare: intende regionalizzare (o mantenere artificiosamente in vita)anche quel poco che non lo è ancora, o intende invertire rotta e cominciare a "liberalizzare" per poter entrare in Europa di fatto e non a parole? E se sì, chi dovrà prendersene carico? Non è che, come è successo e sta succedendo altrove in Europa (anche, timidamente e senza troppa convinzione e coraggio, in Italia), se ne dovranno far carico forze che comunemente vengono definite di sinistra o di centrosinistra?

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  4. la seconda. Spero. E non facendo pagare gli uni o gli altri, bensì recuperando risorse con la progressiva decompressione dell'attuale sistema.
    Il paragone con l'Europa in questo caso non calza: in Europa non c'è il socialismo reale à la vapeulenentse.

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