oggi è l'81° anniversario della nascita di Miriam Makeba
PRENDRE PARTOUT
METTRE CHEZ-NOUS
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4 marzo 2013
20 febbraio 2013
molto prima di Merkhollande
che cosa si pensava di noi
già 136 anni fa?
che cosa si pensava di noi
già 136 anni fa?
"Per duemila anni l'Italia ha portato in se' un'idea universale capace di
riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una
mente di gabinetto, ma un'idea reale, organica... l'idea dell’unione di tutto il
mondo, da principio quella romana antica, poi la papale... la scienza, l'arte,
tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale... ma che cosa è
venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l'Italia, che cosa
ha ottenuto di meglio con la diplomazia del Conte di Cavour?E' sorto un piccolo regno unito di second'ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese... della prima rivoluzione francese, un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un'unità meccanica e non spirituale (cioè non l'unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto di essere un regno di second'ordine.
Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del Conte di Cavour."
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19 febbraio 2013
oggi è il 540.mo anniversario della nascita di Niccolò Copernico. Se andate su google.com trovate il doodle animato. Vale la pena...
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6 febbraio 2013
mercato drogato
i vantaggi dell'autonomia
i vantaggi dell'autonomia

oltre all'impossibilità di pagare mediante bancomat o carta di credito, chi stabilisce i prezzi dei nostri due unici (per ora) distributori di gpl sembra essere immune da ogni effetto dell'economia di mercato.
Ieri a Pollein, vicino a Carrefour, il prezzo era di 0,989 euro/litro. A Ivrea, appena fuori dal casello, ho fatto il pieno a 0,780...
In moneta di vecchio conio, fanno oltre quattrocento lire di differenza per litro!
E, sorpresa, accettano il bancomat...!
Che la nostra Autonomia a Contributo Speciale abbia dichiarato chez-nous illegali i prezzi di mercato?
Stilate un elenco di tutto ciò che, a vario titolo e per diversi destinatari, in Valle è oggetto di contributi regionali ma serve anche a tutti noi per l'uso domestico o per la vita normale.
Poi fatevi un giro tra Valle e vicino Canavese e diteci come è andata.
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today's doodle:
Ziny
Ziny
google celebra oggi il centesimo anniversario della nascita di Mary Leakey, la scopritrice dapprima del primo cranio fossile di "Proconsul", un primate estinto nel Miocene e, nel 1959, sempre nella Rift Valley, di quello di un "Australopitecus Boisei", chiamato anche "Zinyanthropus noisei", abbreviato in Ziny, chiamato anche "schiaccianoci" per l'eccezionale potenza delle mascelle, all'epoca il più antico resto di ominide ritrovato, risalente a un milione e ottocentomila anni fa.
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31 gennaio 2013
adieu, agorà...
tra pochi minuti agorà chiude tutti gli account di posta.
Il mio era e.ottoz@agora.stm.it. Erano i primi anni '90. Cercavo di iniziare Vittorio Zambardino ai sacri misteri del Mac, Zamba mi introdusse ad agorà. Era l'ultima frontiera dei bbs, prima che irrompessero Mosaic e Netscape.
I modem arrancavano, 1200 baud sembravano il paradiso, l'orecchio esercitato capiva dal fischio che si rompeva quando la negoziazione andava a buon fine e si riusciva ad entrare, ad "agganciare". Agorà, un'intuizione dei compagni radicali. Si chiamavano conferenze, erano i protoforum, ci trovavi di tutto, incazzati, arroganti, tifosi, curiosi, critici, insanguati, ma tutti liberi e intelligenti.
Ecco, agorà era il luogo della libertà e dell'intelligenza che non si lasciano fottere dal politically correct.
Il tutto fu poi venduto, ci tolsero l'stm, in molti conservammo l'indirizzo, più per salvare un simbolo che per una reale utilità: @agora.it, un distintivo, un segnale di riconoscimento. Molti amici sono rimasti, l'intelligenza non scade.
A molti di noi facebook ha dato asilo su Agorà - io c'ero, ma chi non ha salvato su altri account lo storico delle sue email scritte e ricevute su agorà le perderà per sempre.
La carta e la penna si prendono la loro rivincita. Il virtuale non è virtuoso.
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27 gennaio 2013
21 gennaio 2013
nuove domande
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18 dicembre 2012
today's doodle
lo schiaccianoci
lo schiaccianoci
così oggi Google celebra il 120° anniversario della prima esecuzione del balletto Lo Schiaccianoci di Pëtr Il'ič Ciajkovskij, il 18 dicembre 1892 al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo
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16 dicembre 2012
ogni tanto ci vuole
Rallentare il tempo. Spalare neve imbacuccato da eschimese per mezza mattinata. Qualche postumo, un risentimento a un'adduttore e la schiena che reclama, ma un po' di sana fatica ogni tanto ci vuole. Poi al palaindoor ad allenare chi ha voglia di faticare anche di sabato: Nel pomeriggio qualche foto alla prima gara giovanile sulla nuova parete di arrampicata. Lotti, Braque e Artù che si scapezzano nella neve, un buon libro e il calore delle stufe che profuma di quella volta là. Un bel weekend libero dal computer e compagnia bella. Giusto la modica quantità.
Pura vecchia, sana pigrizia. Ogni tanto ci vuole.
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10 dicembre 2012
today's doodle: Ada Lovelace
dalla poesia al computer
dalla poesia al computer
oggi il Google doodle è dedicato al 197° anniversario della nascita di Ada Lovelace, figlia del poeta Byron. La madre, la matematica Anne Isabella Milbanke, la portò via dal padre a un mese di età e, per non correre il rischio che diventasse poetessa come l'ormai odiato marito, l'allevò alla musica della matematica con l'aiuto di William Frend, William King (Lord Lovelace, suo futuro marito) e Mary Somerville.
Amica di David Brewster, Charles Wheatstone, Charles Dickens e Michael Faraday, fu l'incontro con Charles Babbage a segnare il suo futuro. Intuì il potenziale della macchina analitica e della macchina differenziale di Babbage da cui sviluppò concettualmente, con un secolo di anticipo, l'idea dell'antenata della macchina di Turing.
In suo onore fu chiamato negli anni sessanta Ada il linguaggio che avrebbe dovuto superare Fortran e Cobol nell'uso dei computer. Fu però travolto dalla rivoluzione della programmazione strutturata, dal Pascal, dal C e dall'invasione dei microprocessori.
Presto Tim Berners-Lee inventò il Web e Mark Andreessen Mosaic, il papà di Netscape, Explorer, Firefox e compagni.
Su tutti tosto piombò Java.
E fu subito Google.
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23 novembre 2012
19 novembre 2012
democrazia
batte
appaltocrazia
(non è più il quorum di una volta...)
batte
appaltocrazia
Sconfitta la politica del "chiù piro pi tutti".
Ora ci tormenta un dubbio: avranno mica cominciato a prendere sul serio, 'sti valdostani, il nostro mantra "maîtres chez-nous"?
Sia ben chiaro: "Chez-nous" non è "chez-eux"!
Infatti, la frase completa è "chez-nous les élus", non "chez-eux les valdôtains". Ma chi si credono...?
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12 novembre 2012
today's doodle
auguste rodin
172.mo anniversario della nascita di François-Auguste-René Rodin, creatore della statua-icona dell'800: il pensatore.
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11 novembre 2012
8 novembre 2012
today's doodle
dracula
dracula
Oggi è il 165.mo anniversario della nascita di Bram Stoker, il creatore del Conte Dracula. S'ispirò per il suo libro al feroce Voivoda Vlad III di Valacchia, detto "l'impalatore", figlio di Vlad II Dracul, da cui il suo nome letterario.
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29 ottobre 2012
lesson d'économie:
finance mondialisée
finance mondialisée
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18 ottobre 2012
today's doodle
moby dick
moby dick
oggi Google ricorda Herman Melville e il 161° anniversario della pubblicazione di Moby Dick, uno dei due romanzi, assieme a Huckleberry Finn di Mark Twain, tra i quali Ernest Hemingway non riusciva a scegliere il grande romanzo americano, quello che avrebbe voluto tanto superare.
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15 ottobre 2012
today's doodle
Winsor McCay
Winsor McCay
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2 ottobre 2012
trio medusa:
donzel à la une
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1 ottobre 2012
27 settembre 2012
25 settembre 2012
adotta un iPad
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19 settembre 2012
da leggere e rileggere
Mauro Luparia, un prezioso amico, che mi stimola segnala sempre segnalandomi cose molto interessanti, mi ha inviato questo articolo, apparso su Repubblica di due giorni fa.
Ritengo che la sua lettura sia utile a tutti, per fornire un quadro coerente a chi ne condivide il contenuto e materia di riflessione a chi non è d'accordo.
PENATI: PERCHÉ DIFENDO MARCHIONNE
(sottotitolo: i sindacati non devono tutelare tutti i posti di lavoro a qualsiasi condizione ma devono cooperare con gli imprenditori alla ristrutturazione delle attività produttive oggi in declino anche promuovendo la mobilità settoriale geografica)
Articolo di Alessandro Penati pubblicato su la Repubblica il 17 settembre 2012 – In argomento v. anche la mia intervista pubblicata sul quotidiano il Mattino del 18 settembre 2012
Qualche settimana fa, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, ha dichiarato sull’Espresso: «La principale domanda che gli investitori stranieri hanno posto per un decennio […] è stata: perché gli italiani votano Berlusconi? […]. La domanda che si pongono ora è: perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Un quesito ancora più rilevante dopo il j’accuse di Della Valle: non tanto per il gesto o per gli argomenti dell’accusa pubblica, quanto per l’attenzione che ha ricevuto.
Gli stranieri attribuiscono tanta importanza a Marchionne, secondo Emmott, perché «la diffusa opinione negativa che in Italia si ha sulla sua persona, in particolare tra i media delle èlite, [per] tedeschi, britannici, e americani è il sintomo di qualcosa che potrebbe dimostrarsi molto pericoloso: che agli italiani non interessi veramente la crescita economica». Con parole meno diplomatiche, l’Italia e la sua classe dirigente hanno un’opinione visceralmente negativa del capitalismo di mercato (unico punto su cui tutti, da Berlusconi alla Cgil, da Mediobanca alla Lega, vanno d’accordo), con le sue regole e implicazioni.
La nostra convivenza forzata con queste regole durante gli anni dell’euro spiega molto della nostra crescita zero. Ma oggi ci viene chiesto di aderire con convinzione alle riforme e ristrutturazioni indispensabili perché l’Italia diventi una moderna economia di mercato, competitiva, e torni a crescere. Troppo da sopportare. E scatta il risentimento contro Marchionne, incarnazione e simbolo di quella “dittatura dei mercati” che vorrebbe impedirci di tornare al nostro caro pseudo-capitalismo dirigista, chiuso, consociativo, e senza finanza.
L’Italia è come un viaggiatore terrorizzato dagli aerei che, però, decide di volare in Australia; e, puntualmente, viene preso da una crisi di panico a metà del volo. Vorrebbe scendere, ma non può. Invece di valutare razionalmente che l’aereo è meno rischioso dell’auto nel weekend, sfoga il suo risentimento contro il pilota che lo costringerebbe a stare lì seduto. Secondo le accuse, Marchionne è un ciarlatano che pensa solo ad arricchirsi con le stock options.
Vero: è diventato milionario. Ma questo è accaduto solo perché ha creato valore per tutti gli azionisti, di controllo e risparmiatori. In Italia, caso più unico che raro. E lo ha fatto con un gruppo sull’orlo del fallimento, in un settore tra i più aperti alla concorrenza globale. Dal suo arrivo, la capitalizzazione del gruppo Fiat (inclusi autocarri, macchinari e componenti), è salita da 6 a 16 miliardi (+161%), molto meglio del 70% del settore europeo. Anche dal marzo 2010, quando fu annunciato il piano con l’abortita Fabbrica Italia, il gruppo Fiat in Borsa ha tenuto il passo della concorrenza europea (con le celebrate Bmw, Daimler e Volkswagen), nonostante una recessione più dura in Italia (suo primo mercato) che altrove.
Dati che all’estero suscitano ammirazione; da noi ingiurie, perché la Borsa in Italia è considerata una bisca, inutile alla crescita delle aziende, tant’è che gli imprenditori italiani tradizionalmente la rifuggono, tranne quando bisogna chiedere soldi ai risparmiatori per ridurre il debito di un gruppo in dissesto, mungerli per ricapitalizzare le banche o fare altre operazioni di “sistema”. Ironicamente, le accuse a Marchionne vengono da chi segue con ammirazione le gesta dei nostri banchieri e “grandi” imprenditori, che di valore, negli anni di Marchionne alla Fiat, ne hanno distrutto parecchio (-40% l’indice italiano dal giugno 2004 a oggi).
Marchionne ha creato valore per gli azionisti in America, con autocarri e macchine agricole, ma non posti di lavoro in Italia, come aveva promesso con Fabbrica Italia e il piano del 2010. Marchionne prende in giro l’Italia: è questa l’accusa. Ma cos’altro avrebbe dovuto fare? Al momento del varo del piano, scrissi che la Fiat, superata l’emergenza finanziaria, rimaneva sottodimensionata, con margini inferiori alla concorrenza, una cattiva reputazione, specie nel segmento elevato, tanta capacità inutilizzata in Italia e produttività insufficiente, troppo concentrata in un’Europa afflitta da un eccesso cronico di capacità produttiva. Per diversificare il rischio-Europa, Marchionne ha scommesso su autocarri e macchinari, e sulla ripresa americana, cogliendo al volo l’opzione Chrysler: scommesse che ha vinto.
È grazie a queste decisioni che oggi la Fiat non è di nuovo in emergenza finanziaria. Ma, da noi, l’operazione Chrysler è stata presentata come un bluff, puro azzardo finanziario.
Per l’auto in Italia le alternative erano due: considerare irreversibile l’eccesso di capacità in Europa, e particolarmente in Italia, e affrontare subito la decisione difficile di chiudere impianti; o, come invece annunciato, cercare di adeguare la produttività italiana al resto del mondo, facendo funzionare gli impianti in modo flessibile a ciclo continuo grazie a nuovi contratti di lavoro, in modo da abbattere costi fissi. Ma non basta produrre più auto, bisogna anche venderle. A suo tempo, giudicai velleitario puntare su una forte ripresa della domanda europea, pur di evitare la decisione politicamente scomoda di tagliare la produzione.
A giustificazione di Marchionne va detto che di lì a pochi mesi sarebbe scoppiata, inattesa, la crisi greca, innesco di una delle più gravi recessioni del dopoguerra per l’Italia. Né si può pensare di cavalcare la domanda americana e asiatica producendo in Italia: le auto non sono scarpe.
Capziosa la questione dei nuovi modelli: sono indispensabili quando la domanda è vivace, per convincere il consumatore a cambiare modello, o attirare quello di un altro produttore; e senza sconti, perché è una novità. Ma con la domanda complessiva di auto in picchiata, i nuovi modelli servono solo a riempire il magazzino. Ecco perché Marchionne accelera sulle novità negli Usa, e rallenta in Europa. Tutti i concorrenti diretti in Europa — Peugeot, Opel, Ford, Renault — sono anche più in crisi di Fiat, nonostante un’ondata di nuovi modelli. E criticare la Fiat perché non sforna modelli che competono nella fascia alta con Audi, Bmw e Mercedes è come pretendere che Nokia sforni entro Natale un telefono che soppianti l’iPhone. Si può anche dirlo, ma è una fesseria. Senza contare il vantaggio per le tedesche di un mercato domestico ancora in crescita.
Il problema dell’auto italiana è analogo a quelli di Alcoa, Ilva, Carbosulcis, Finmeccanica, Tirrenia, Alitalia, e di tanti altri settori, dai servizi locali di pubblica utilità, all’editoria, alle banche: tutti casi in cui c’è un eccesso di capacità produttiva e/o aziende non più competitive. Per tornare a crescere l’Italia deve aumentare stabilmente la produttività. E il modo migliore per farlo, come ha spiegato Tito Boeri su queste colonne, è proprio quello di spostare lavoro e risorse da questi settori e aziende, a quelli a più alta produttività. Compito del governo non è quello di preservare capacità produttiva altrimenti inutilizzabile, con una miriade di incentivi, sgravi e sussidi, ma di tagliare questi aiuti per finanziare e facilitare le necessarie ristrutturazioni.
Convocare Marchionne non serve. Servirebbe invece che lo Stato sostenesse una rapida ristrutturazione delle attività produttive del gruppo in Italia: la vera presa in giro è pensare di tornare a produrre milioni di auto da noi. E così per gli altri settori e aziende in declino. È questo che i sindacati dovrebbero reclamare a gran voce. Credono di tutelare i lavoratori difendendo ogni singolo posto di lavoro, a qualsiasi condizione. Dovrebbero invece difendere il diritto di tutti ad avere un lavoro e aspirare a un reddito più elevato. Come? Acquisendo la capacità autonoma di analizzare gli andamenti economici, e valutare quando le prospettive di un’azienda o di un settore entrano in declino irreversibile. E in questo caso considerare la mobilità settoriale e geografica, e la riqualificazione, come la miglior tutela per i lavoratori; cooperando per la ristrutturazione con gli imprenditori; e chiedendo allo Stato di sostenere i costi della ristrutturazione, per non scaricarli sui lavoratori. Da anni il sindacato assiste impotente al declino del reddito del lavoro da dipendente: non è mantenendo in vita posti di lavoro scarsamente produttivi che si arresta la caduta del tenore di vita; ma spostando il lavoro verso aziende/settori a maggior produttività.
Emmott ha ragione: Marchionne è così detestato in Italia perché ha messo il dito nella piaga: anche quella di una classe dirigente imprenditoriale e bancaria italiana che, appena raggiunge una qualche visibilità, si sente subito investita del compito messianico di riformare il Paese e guidare gli italiani verso un futuro migliore coi loro sermoni. Tornassero ad occuparsi delle loro aziende e banche, per farle crescere nel mondo, senza l’ossessione del controllo, gliene saremmo grati. È una pestilenziale epidemia che in passato ha contagiato anche Marchionne. Ma se, oltre a mettere il dito nella piaga, volesse ora proporre una cura, venda La Stampa e la partecipazione nel Corriere.
Così dimostrerebbe che tutti i settori in declino, non solo l’auto, non sono più “strategici” per il gruppo.
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17 settembre 2012
14 settembre 2012
13 settembre 2012
today's doodle
oggi mister Google celebra il 193° anniversario della nascita e la tormentata vita di Clara Josephine Wieck, la più grande pianista dell'800, moglie del compositore Robert Schumann.
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8 settembre 2012
star trek
il doodle di oggi festeggia l'anniversario di Star Trek.
Andate su www.google.com, alzate l'audio, cliccate e godetevi lo spettacolo...
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3 settembre 2012
Pistorius e Oliveira
incrociano le lame
incrociano le lame
Ha perso per eccesso di sicurezza. Dopo il 21"30 in batteria era chiaro che in finale non ce ne sarebbe stato per nessuno. Così, complice il vantaggio mostruoso accumulato all'uscita della curva, Oscar Pistorius si è fatto sorprendere dalla spettacolare rimonta di Alan Fonteles Cardoso Oliveira e se l'è visto sbucare sulla destra come un missile quando ormai non poteva più reagire.
Se non si fosse rilassato ai 150, avrebbe corso nuovamente sul filo del suo mondiale?
Questa gara stimola attente riflessioni.
Spuntano norme e regolamenti sinora ignoti al pubblico e non solo.
Pistorius ha accusato il brasiliano di utilizzare protesi che gli allungano le gambe di 5 cm (come consentito dal regolamento). Ciò gli avrebbe garantito un primo grande vantaggio. Gli aumenta, infatti, l'ampiezza della falcata. A parità di frequenza, cresce così la velocità sul lanciato, ossia nei secondi 100 metri, proprio dove Oliveira ha surclassato il sudafricano.
Nella corsa la frequenza dipende dal sistema nervoso, l'ampiezza dalla forza. Della forza (espresione elastico-reattiva e stiffness) si occupano queste lame, l'atleta deve solo essere in condizione di gestire la frequenza. Di tutto il resto poi, dice la pubblicità, si occupa Mastercard... Infatti, queste vicende hanno certamente riflessi sul mercato delle protesi.
Chi sapeva, a parte gli addetti ai lavori, che è consentito allungarsi le gambe di 5 cm? E poi, 5 cm rispetto a cosa? Chi può dire quale statura avrebbero raggiunto da adulti questi atleti, amputati nei primi mesi di vita, e quanto sarebbero diventate lunghe le loro gambe? Ne conosciamo la misura del tronco, ok, ma sarebbero oggi brevilinei o longilinei? E quanto? Oppure normolinei?
Un bel casino.
Pistorius ha poi accusato il brasiliano di utlizzare lame tecnologicamente più avanzate e performanti, mentre la Iaaf a lui impone una tecnologia congelata al 2004, ormai vintage.
Ricordate la diatriba Ddr-Usa a Monaco 1972? All'ultimo momento, accogliendo un reclamo dei tedeschi orientali, fu proibito l'uso della nuova asta Cata-Pole (la prima delle banana-pole), con la quale Bob Seagren aveva appena saltato 5,64, nuovo record mondiale. Tutti la usavano ormai da oltre sei mesi, ma Nordwig faceva fatica ad adattarvisi. S'invocò la regola Iaaf per cui un attrezzo doveva essere sul mercato da un anno almeno. Furono sequestrate al villaggio le aste degli atleti (praticamente tutti avevano portato le Cata-Pole) e si saltò con le "vecchie" Sky-Pole. Gli altri non ebbero il tempo di riprogrammarsi. Wolfgang Nordwig ci vinse le Olimpiadi beffando Seagren.
Tornando a Pistorius, inutile sottolineare che la sua protesta ("le lame più performanti hanno avvantaggiato Oliveira") nega di fatto le ragioni che gli hanno consentito sin qui di gareggiare tra i normodotati ("le lame non danno alcun vantaggio").
Non basta: se queste protesi offrono un ulteriore vantaggio, perché non le ha utilizzate anche lui? Questi erano Giochi Paralimpici, non Olimpiadi, la Iaaf non c'entra, se no nessuno avrebbe potuto usarle. E perché non si è allungato le gambe anche lui? O l'aveva già fatto? Se sì, perché si è lamentato perché l'hanno fatto altri? Se no, perchè non sfrutta anche lui il regolamento?
Non è tutto.
Questi 200 metri di Londra, con un podio tutto bi-amputato, dimostrano che, con le lame, si corre più forte senza due gambe che senza una sola.
Ha senso che si corra più veloci con il doppio di menomazione fisica? Si rimetterà mano a regolamenti e classificazioni?
Si fa strada la madre di tutte le domande: quanto veloce correrebbe Oscar Pistorius i 400 metri con queste protesi più performanti e un'allungatina alle gambe?
Meditate, gente, meditate...
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2 settembre 2012
Atletica, notre amour
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